Marie Claire Italia, Ottobre 2017 - “Alla rivoluzione con un telaio”

Ci sono PROGETTI sociali che partono e poi, a un tratto, iniziano a VOLARE. Come quello che dal LABORATORIO di tessitura di San Patrignano arriva DRITTO nelle carceri inglesi (e anche al cuore). Altro che Brexit: questo sì che è un mercato COMUNE

Marie Claire Italia, Ottobre 2017 - “Alla rivoluzione con un telaio”

tessitura 16 Ottobre 2017

SEMBRAVA DAVVERO TROPPO FACILE buttarsi sulla metafora del filo: il filo del pensiero, del rasoio, di Arianna, da torcere, attaccarsi a doppio filo a qualcosa. Perché in questa storia, che parla di telai e ragazze che si sono perse e poi ritrovare grazie all'aiuto di altre donne, quelle espressioni valgono tutte e sono piene di significati.

Proprio non la si voleva usare questa metafora banale per un viaggio che parte nel laboratorio di tessitura di San Patrignano (Coriano, Rimini), che per inciso ha dei gran bei telai (ognuno arriva a 28 licci contro gli 8 o 10 delle altre tessiture italiane, signori!) e si allarga a macchia d'olio ben oltre i confini della comunità. Si allaccia a un pezzo plumbeo di storia d'Italia, quando i "tossici" li vedevi camminare come zombie, oscillare come birilli o riversi all'ombra delle saracinesche delle città. Da lì, per direttissima, quella storia arriva a bussare alle nostre coscienze. Ogni anno più forte, visto che dal 2016 il numero di richieste di ingresso in comunità da parte di minorenni è raddoppiato.

Dicevamo, la retorica del filo la si voleva proprio lasciare al suo destino. Ma poi alla stazione, aspettando il treno che tornava a Milano, Anna Zegna, che ci ha accompagnato alla rivoluzione dei telai di cui stiamo per parlarvi, ha raccontato che quando era piccola, così per giocare, catturava le libellule, legava intorno aJ loro corpicino un filo, e poi tornava a farle volare stringendolo forte. Un po' come si fa con gli aquiloni, ma chiunque si può rendere conto che qui siamo in zona poesia pura, e alla dinamica dei venti si sostituisce qualcosa di più sottile: la dinamica dei sogni. Quelli veri sono forse la spinta più concreta che abbiamo nella vita. Peccato che comunemente si pensi l'opposto. Signora Zegna ha ragione, questa storia corre sul filo.

«Nel 2011 ho incontrato Letizia Moratti a un convegno organizzato dal Babson College. Eravamo entrambe relatrici, lei parlava di San Patrignano (che finanzia insieme al marito Gianmarco ormai da decenni, ndr), io di un progetto che ancora adesso stiamo portando avanti in India». Anna Zegna, nipote di Ermenegildo, è tra l’altro presidente della benemerita Fondazione che ha il suo cognome, e di sicuro una delle figure più illuminate di questa nostra sofferente imprenditoria italiana.

«Dopo, mi ha chiamato e mi ha invitato in tessitura». Si tratta di una delle 50 attività, raggruppate in 30 settori, a disposizione dei ragazzi che entrano nella comunità e affrontano un percorso lungo 4 anni, durante il quale devono imparare a: uscire dal nero della loro vita di prima, conoscersi abbastanza profondamente da costruire un progetto di vita solido, completo di professionalità qualificata, andarsene a testa alta e con i piedi ben piantati per terra. Il 70% di chi esce da San Patrignano ce la fa definitivamente, contro la media del 25-30% delle altre strutture, tanto che il modello viene studiato dalle università di tutto il mondo ed esportato all’estero.

«In tessitura ho trovato un luogo magico, ma spento. C’era un potenziale straordinario, ma le ragazze lavoravano a progetti fuori mercato e fuori dal contesto sociale. Il laboratorio aveva un cuore antico e di altissimo livello, era nato grazie a Renzo Mongiardino e a Carlo Tivioli, ma bisognava caricare il tutto di energia». Senza perdere tempo, dal lanificio Zegna sono sbarcate nel laboratorio di Coriano persone esperte di telai per aggiungere knowhow. «Ma era necessario anche costruire la visione di un ufficio stile, che ho affidato a Barbara Guarducci con cui avevo lavorato già in India. Si è occupata della parte creativa e dell’elaborazione di un mini campionario. È stata l’anello di congiunzione tra il fuori, con le sue tendenze ma anche i ritmi delle collezioni da mettere in produzione, e il dentro, la comunità. Dove il mondo esterno entra se lo fai entrare».

Era necessario insegnare alle ragazze a stare dietro al mondo che gira, cioè agli ordini che sono iniziati ad arrivare prima da Agnona e poi da Brunello Cucinelli e Ferragamo e da altri nomi illustri della moda, che hanno messo a disposizione i filati e in campo progetti speciali.

«Leggi Chanel e ti chiedi: siamo noi? Incredibile, ma poi c'è anche l'ansia di consegnare a fine mese, in tempo, stando tutto il giorno sul telaio, imparando (e per molte era la prima volta) a stare sul pezzo, a non mollare. Questa è una realtà sociale e su questo non deve esserci ambiguità. La prima cosa a cui devi pensare è la persona» racconta Antonella Boari, responsabile del laboratorio. È entrata a San Patrignano nell'89. «C'era Vincenzo Muccioli. Voleva che le persone come noi riacquistassero la dignità attraverso il lavoro, ma non uno qualsiasi, non facendo le collanine ma cose belle, diceva sempre. Ci. portava i vecchi artigiani». I veri insostituibili sapienti di questo paese.

«Ogni lancio della navetta tra i fili dell'ordito, ogni colpo di telaio è un modo per riappropriarsi della propria dimensione personale e della propria vita» continua Anna Zegna. «Ora siamo arrivate aJ break even, al pareggio di bilancio. Siamo sostenibili. E tutto quel che ci arriva in più lo dobbiamo orientare agli sviluppi futuri». Intanto grazie a un'idea della Fondazione Zegna è nato il progetto Conscious Contemporary Tailoring, che lega insieme con una partnership, anzi un filo, San Patrignano, il London College of Fashion di Londra e l'impresa sociale Making for Change: «Al grido di "who cares about Brexit" abbiamo creato un nostro mercato comune sociale unendo la tessitura di San Patrignano alle carceri inglesi».

A febbraio un docente del corso di laurea Fashion Technology in abbigliamento maschile e una designer neolaureata sono calati a San Patrignano e hanno creato insieme alle ragazze del laboratorio tessuti costruiti intrecciando materiali di scarto industriale a fibre tessili o fili di carta o plastica. Il campionario, portato a Londra, ha ispirato gli studenti che si sono inventati delle collezioni elaborate con portfoli e tele bianche. «Abbiamo selezionato due ragazzi che ci stanno ancora lavorando». Poi gli abiti della collezione finale, che sarà commercializzata, verranno cuciti al London College, mentre tutti gli accessori nelle carceri femminili. Il supermagazine i-D ha deciso di entrare a San Patrignano e filmare l'intera faccenda in 30 mm. Dietro la complessità del progetto, che rispecchia quella della vita e la ricchezza degli intrecci che è capace di creare, ci sono le giovani donne che ogni giorno attivano le mani, la fantasia e la concentrazione perché possa essere realizzato. Karol che mette su carta il rimettaggio (che indica in quale ordine e in quale liccio passano i fili d'ordito) di un disegno trovato su internet. Marzia che trasforma la rocca in rocchetti. Rosa che ha spiegato benissimo cosa fa ma capirlo è difficile. Martina alle prese con una lavorazione corniola (due navette) e precisa che se pensi ai fatti tuoi «quando scendi il lavoro, si vede» e «non è che nella vita uno pensa di fare questo mestiere, è strano, ma poi lo impari e ti piace».

Ci sono le ragazze con cui si è avuto il privilegio di chiacchierare di più. Be', non chiacchierare, parlare chiaro, tondo e sodo come fuori da Coriano è difficile. Natasha che ha finito il percorso da un anno e «a forza di daje e daje qua mi hanno fatto capire che più mi chiudo più mi isolo, e più mi allontano dalle persone più sto male. Ho imparato la fatica di andare contro quel che mi viene automatico fare, mi serve per stare in equilibrio». Alessia che non credeva di avere un problema di tossicodipendenza per le sue canne a 13 anni, la coca a 15 e le pasticche alle feste, ma quando è entrata in comunità due anni fa, a 18 «non ero niente. Una barca in mezzo al mare? Ma non c'era neanche, la barca. Solo il mare. Comincio adesso a sentirmi e ad affrontare chi sono, che è la cosa più difficile del mondo e alle persone che hanno sofferto di tossicodipendenza proprio quella forza è mancata». Annalisa che «mi è rimasto impresso quando mi hanno detto guarda che non sei un problema, hai un problema. E lì forse ti senti assolto, forse lo puoi fare». Lei quando vengono le scolaresche in visita da fuori capisce da come scendono dal pullman, dai gruppetti che si formano, dall'aria che hanno quali si portano addosso quel problema. E noi? Cosa riusciamo a capirci noi di loro, che poi sono i nostri figli? Forse è una questione di fili da seguire, su cui imparare a concentrarsi. Come al telaio.


di Sara Del Corona
foto Alessandro Digaetano
© Marie Claire

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